Giorno 10, giovedì 26 aprile, Villatuerta – Torres del Rio

Poco dopo l’inizio della tappa si passa da Irache, dove è installata l’unica fontana del vino del mondo. Anche se sembra una leggenda, in realtà è tutto vero. Un rubinetto per l’acqua, l’altro… per il vino! Tutti ovviamente provano e il vino sembra anche piuttosto buono, dopotutto si tratta di una mossa promozionale di una famosa cantina che ha gli stabilimenti proprio lungo il cammino. Consapevole che una webcam trasmette in diretta su internet quello che fanno i pellegrini nei pressi della fonte, mi produco nella più classica bevuta a canna. Peccato che l’ultimo sorso mi sia andato di traverso e che le mie convulsioni, oltre a scatenare l’ilarità dei presenti, siano state osservate da centinaia di curiosoni in tutto il mondo. Spero almeno che non ci sia l’audio…

Il terreno della tappa è molto simile a ieri: campi verdi e gialli, vigne, casali qua e là, strade di campagna, e tanta quiete. L’ideale per pensare senza distrazioni. Molta gente sul cammino, ma inaspettatamente tutti sono per lo più silenziosi e concentrati a mettere un piede davanti all’altro.

Torres del Rio è un bel paesino ricco di ostelli e per una buona ragione: tantissimi pellegrini decidono di fare tappa qui. L’ostello è quasi completamente pieno e per la prima volta da 10 giorni a questa parte ho incontrato degli italiani, evviva! Si tratta di Giuseppe e Lauretta, coppia veneta dell’età dei miei genitori, e di Lidio, torinese sulla cinquantina che camminerà fino a Santiago. Al momento di partire da Saint Jean erano tutti alla prima esperienza per quel che riguarda vacanze vissute in modo spartano. Abituati agli agi degli alberghi e dei servizi che ormai ci sembrano irrinunciabili, sono partiti all’avventura.

Giuseppe e Lauretta fin dalla prima notte a Roncisvalle si sono buttati sugli ostelli, ricavandone impressioni contrastanti, ma senza subire traumi o contraccolpi devastanti. Ormai, dopo diverse notti, sono abituati alla nuova vita e mi sembra si trovino molto bene. Devo dire che forse Giuseppe resta ancora un po’ intollerante verso i comportamenti “strani” di alcuni stranieri, tendendo ad interpretarli come maliziosi, quando invece derivano semplicemente dalle inevitabili differenze culturali. Sicuramente il cammino contribuirà ad ammorbidire il suo punto di vista. Sono comunque una coppia molto aperta a conoscere persone nuove, di qualunque nazionalità, e resto stupito da come conoscano già quasi tutti gli oltre 50 ospiti dell’ostello.

Lidio è invece oggi alla prima notte in ostello. Finora è infatti sempre stato in albergo, inorridito all’idea di non poter disporre di privacy, calma e servizi. Non so bene perché questa sera abbia deciso di stare con noi, ma sono sicuro che se insisterà con gli ostelli, arriverà a Santiago diverso, più consapevole delle sue capacità di adattamento. Ci ha divertito molto con il racconto della sua esperienza a Saint Jean, dove i volontari pesano gli zaini dei pellegrini, suggeriscono cosa togliere, e aiutano a rispedire il superfluo in Italia. Lidio è partito da 16kg, per poi arrivare a 12kg dopo la cura dimagrante. Curioso l’elenco degli accessori inutili che gli hanno fatto togliere, a partire dall’asciugacapelli (!?!), l’ombrello, accessori ortopedici portati solo per precauzione e altro che non ricordo. Era particolarmente fiero di essere riuscito a potarsi dietro (è stato irremovibile con gli increduli volontari) uno spazzolino pneumatico a batteria del peso di almeno 4 etti: notevole direi!

Durante la cena insieme siamo passati da argomenti leggeri (teorie del complotto e rettiliani, due dei miei vecchi cavalli di battaglia), alla domanda chiave che spesso esce quando la conoscenza fra camminatori si approfondisce: perché lo fai? Probabilmente nessuno di noi ha risposto davvero, restando sul classico “mi piace camminare”, “non è per la destinazione ma per il cammino”, “la tappa più brutta è l’ultima” ecc. Si intuisce però che Lidio ha qualcosa che lo tormenta, un certo pessimismo generalizzato, una volontà di trovare risposte a domande forse non ancora poste. Sicuramente però si illumina quando ci spiega che sua moglie e sua figlia lo aspetteranno a Santiago il giorno del suo arrivo.

Purtroppo perderò tutti e tre già a partire da domani. Loro faranno infatti tappa a Logroño, mentre io proseguirò per altri 14km fino a Navarrete. Buonanotte!

Giorno 9, mercoledì 25 aprile, Tiebas – Villatuerta

Vento, tanto vento. Di notte, quando vetri e muri dell’ostello di Tiebas ululavano. Di giorno, quando sono partito per l’ultima mezza giornata sul cammino aragonese. Niente di strano da queste parti, è da quando sono finiti i Pirenei che tutte le cime, in tutte le direzioni, sono zeppe di impianti eolici; evidentemente ci sono venti forti, costanti e frequenti. Quello di questa mattina però era particolarmente feroce, al punto da ricordarmi il maestrale della Sardegna e della Corsica. Stessa violenza, stessi ruggiti, stesse difficoltà a rimanere in piedi durante le folate peggiori. Bellissimi i disegni creati dal vento nei campi di grano. Ho girato un breve filmato che, nelle mie intenzioni, avrebbe dovuto catturare le mie impressioni del momento. Ovviamente non ci sono riuscito, comunque, per chi vuole vederlo, è qui (mp4, 9.5M).

Verso ora di pranzo ho camminato gli ultimi metri del cammino aragonese e sono arrivato a Puente la Reina dove avviene la fusione fra i due cammini. Visto che l’ora era propizia e che sono passato davanti ad un ristorante promettente, ho divorato un menù del pellegrino anche a pranzo. Ottima qualità e notevole quantità, per il solito prezzo di 10 euro, tutto compreso. L’unico appunto sul vino: lo servono sempre ghiacciato. Che sia per nascondere qualche difetto?

Dice la guida: Attenzione per voi che vi siete abituati a godere di silenzio, solitudine e pochi incontri, l’impatto con il cammino proveniente da Roncisvalle (soprattutto in primavera ed estate) potrà risultare un po’ traumatico. Effettivamente, mentre pranzavo ho visto passare numerose comitive, ma quando ho ripreso il cammino, verso le 15, quasi tutti avevano già raggiunto la destinazione per la notte. Ho quindi passato il pomeriggio camminando in solitudine, attraverso campi battuti dal vento, calpestando tratti di una antica strada romana, godendo di viste spettacolari.

Pochi minuti dopo aver ripreso a camminare, questo cartello (vedi foto) mi ha fatto riflettere. Probabilmente è lì solo per scherzo ma, oltre a girarmi fisicamente, ho ripensato ai bei momenti di quest’ultima settimana e non solo. Mi sono seduto e per un po’ ho pensato…

Ogni tanto a bordo strada si vedono oggetti strani… Ho tutta una serie di fotografie su questo genere che magari pubblicherò a sprazzi in futuro.

Due parole sull’ostello di questa sera. Intanto, stando alla guida, non dovrebbe nemmeno esistere; in Villatuerta è infatti indicato solo un rifugio privato. Ricavato da un vecchio edificio un po’ malmesso (quasi rudere in alcuni punti), l’ostello è gestito da Simone, ragazza brasiliana di lontane origini italiane. Il primo punto da sottolineare è proprio Simone, la sua gentilezza, la sua premura, la sua accoglienza. Ad esempio, quando uno degli ospiti ha raccontato di avere un sacco a pelo troppo leggero per il freddo di questi giorni, gli ha fatto trovare due borse con acqua calda nascoste sotto al cuscino. Il secondo punto è proprio l’ostello in sé. Lungi dall’essere un rudere, la struttura ha carattere e sembra cosa viva. Ci sono tutti i servizi dei migliori ostelli, con un’attenzione ai particolari però unica. Ad esempio, le docce hanno uno speciale diffusore larghissimo che simula l’effetto pioggia. Cosi simili li avevo visto solo negli alberghi a 5 stelle in Cina o durante i viaggi negli USA. I colori degli interni sono vivaci e i luoghi per socializzare hanno l’aria non solo di essere utilizzati regolarmente, ma anche di stimolare con la loro semplicità l’incontro con gli altri. Ho scattato alcune fotografie, ma decisamente non rendono giustizia del fascino del posto, quindi non le pubblico. Da qualche discorso mi sembra di aver capito che Simone e suo marito Miguel hanno difficoltà a far quadrare i conti per quel che riguarda l’ostello. Spero proprio che non debba chiudere, sarebbe una grande perdita.

Stando alla guida, le prossime tappe saranno tutte su terreno facile, con posti di ristoro e possibilità di alloggio ogni pochi chilometri. La mia strategia sarà quindi di iniziare a camminare la mattina, fermarmi quando ho fame o sono stanco e, verso sera, decidere dove fermarmi, seguendo istinto e ispirazione del momento.

Giorno 8, martedì 24 aprile, Monreal – Tiebas

Dunque, oggi compio la prima settimana di cammino: partivo infatti da Trento proprio martedì scorso. Come anticipato ieri, ho deciso di fare una tappa molto breve, solo una quindicina di chilometri, e di godermi una mezza giornata di riposo. Mi sono fermato e Tiebas, dove il nuovissimo ostello municipale offre lavatrice, asciugatrice, e doccia calda garantita. Non l’ho scritto, ma era da tre giorni, in tre diversi ostelli, che non riuscivo a trovare l’acqua calda e dovevo accontentarmi di una rapidissima doccia fredda, brrr…

Oggi per la prima volta ho sempre camminato con qualcuno, in particolare con i compagni con i quali ho passato la serata di ieri. Sono andato decisamente più piano del solito e il tempo dedicato alla riflessione si è ridotto, ma tutto sommato è un’esperienza che mi è famigliare, simile alla classica gita in montagna fra amici.

Nella parte iniziale abbiamo superato un gruppo di cinque australiani, tutti fratelli e sorelle, decisamente bene in carne. Uno di loro, che era comunque in grado di camminare meglio degli altri, per un’oretta è stato con me e abbiamo chiacchierato a lungo. Loro viaggiano comodi, dormono sempre in albergo, stanze singole, facendosi trasportare da taxi specializzati gli zainoni da 20kg. Inoltre, quando c’è una salita significativa, chiamano il taxi e si fanno lasciare più avanti… Hanno fatto il cammino francese con lo stesso stile alcuni anni fa e ora fanno anche quello aragonese. A parte queste bizzarrie, sono gente simpatica e aperta, che ama parlare a voce molto alta. Probabilmente gli altri amici di ieri, in cerca di pace e tranquillità (per alcuni di loro oggi è l’ultimo giorno di cammino), ne saranno stati infastiditi, ma la discussione non è stata mai banale. Sono tutti e cinque ingegneri o professori universitari, e una di loro lavora per un’azienda neozelandese specializzata nel recupero di relitti sommersi. Pare che si occuperanno anche della Costa Concordia e che per questo lei si trasferirà in Italia almeno per un anno.

La discussione è poi scemata quando è iniziato il tratto più impegnativo della giornata. Un sentiero di circa 8km che in condizioni normali sarebbe molto suggestivo e piacevole (bellissimo panorama su campi e colline, con Pamplona in lontananza), ma che con la pioggia degli ultimi giorni si è trasformato in una scivolosa pista di fango. Ogni passo affonda in 3cm di fango, la scarpa perde aderenza e si sposta in una direzione a caso di 5cm, poi bisogna contrastare il risucchio… insomma, 8km parecchio faticosi che hanno ammazzato gli australiani e indebolito gli spagnoli. Yasuo, il simpatico 68enne giapponese, saltellava invece agile ed è arrivato a Tiebas con le scarpe quasi pulite… mah, misteri orientali.

Arrivati poco dopo le 12 a Tiebas, abbiamo pranzato insieme nel bar del paese e ci siamo salutati definitivamente, per lo meno con chi oggi termina l’esperienza di cammino. Il signore giapponese proseguirà invece fino a Leon e lo raggiungerò probabilmente nel giro di qualche giorno.

Il fisico!

Visto che ho un po’ di tempo – sono solo in ostello, fuori piove e sto aspettando che la lavatrice finisca – fisso qualche nota sul mio stato fisico. Saltare questa parte se non interessati.

Punto primo: nessuna vescica finora, evviva! A parte il fatto che le scarpe erano già collaudate e che, in generale, sono poco soggetto, credo il merito debba andare anche ai calzini che ho preso recentemente. Non ricordo se li ho già citati, ma ne sono entusiasta. Erano anni che arrivavo a fine giornata con i piedi bolliti, umidicci e… puzzolenti. Seguendo i consigli dei commessi dei negozi, ho provato innumerevoli paia di calzini tecnici di vario tipo, con risultati deludenti. Su suggerimento di Luca Gianotti, la guida del trekking in Corsica dell’anno scorso, questa volta ho puntato su calzini di lana merino, con risultati eccellenti. Non solo niente vesciche, ma dopo un’intera giornata senza togliere gli scarponi, ho ancora i piedi asciutti e sani. Mi sembra giusto citare la marca (Smartwool), anche se probabilmente qualsiasi calzino in lana merino andrebbe altrettanto bene.

Punto secondo: sto ancora litigando con lo zaino. Credo sia normale avere dolori alle spalle per i primi due o tre giorni, dolori che poi si risolvono quando lo zaino diventa un compagno d’avventura. Per lo meno, per me è sempre stato così. In questo caso invece, anche se molto attenuato rispetto all’inizio, mi resta un fastidioso dolore simile a torcicollo, soprattutto dopo circa due ore di cammino continuato. Posso spostare il punto dove si concentra il dolore modificando di alcuni millimetri la lunghezza relativa degli spallacci, ma non riesco ad eliminarlo. Comincio a pensare che abbia a che fare con le modifiche posturali indotte dai plantari su misura. Mah, spero che tutto si sistemi nel giro di qualche giorno. Sicuramente uno zaino più leggero avrebbe giovato ma, viste le condizioni che ho trovato, non so proprio cosa avrei potuto togliere. Anche il sacco a pelo super pesante in un paio di occasioni si è rivelato molto utile.

Punto terzo: piante dei piedi. L’anno scorso mi sono accorto che dopo lunghissime camminate (8 ore o più per diversi giorni di fila), mi ritrovavo con dolori persistenti alle piante dei piedi, soprattutto nella parte interna. Da questo (forse) derivavano poi i dolorini alle ginocchia che mi era capitato di sperimentare in un paio di occasioni. Per ovviare a questo fastidioso problema, un paio di mesi fa ho fatto una visita ortopedica e ordinato dei plantari su misura. In questa settimana mi sono rimesso nelle stesse condizioni, con molte ore di cammino per diversi giorni di fila. Il risultato è stato uno spostamento del dolore, ora nella parte esterna del piede, e la diminuzione dell’intensità. Tutto sommato un buon risultato, anche se avrei preferito non provare questo tipo di dolore.

Punto quarto: ginocchia. A parte l’incidente dell’autoscatto, di tanto in tanto, sopratutto a fine giornata, ho provato qualche dolorino, che però è sempre scomparso da solo nel giro di pochi minuti. Credo di dover comunque stare particolarmente attento e prudente nel caso di lunghe discese su asfalto. Nel complesso direi che per ora le ginocchia hanno retto bene.

Punto quinto: tutto il resto. Tutto il resto? Bene, grazie. Anche gli occhi reagiscono bene e finora non ho avuto altri disturbi degni di nota.

Per ora è tutto, sono già le 19 e sono ancora l’unico ospite dell’ostello. Visto che domani dormirò sicuramente lungo il cammino francese, potrebbe trattarsi dell’ultima volta che mi capiterà di avere un’intera struttura tutta per me.

Giorno 7, lunedì 23 aprile, Sangüesa – Monreal

Per prima cosa, ieri mi sono dimenticato di sottolineare il fatto che il tempo è stato ottimale per tutto il giorno: sole a sprazzi e nubi che evitavano la cottura cerebrale. La stessa cosa è successa anche oggi, anche se il tempo sta chiaramente volgendo al peggio: temo un po’ per domani.

Alcuni dolorini e un leggero affaticamento generale mi hanno suggerito di non fare il tappone da 42km e di limitarmi a quanto suggerito dalla guida, tanto più che la tappa di oggi era già così classificata con quattro pallini neri.

L’inizio non è stato dei migliori, con passaggio vicino ad una cartiera capace di appestare chilometri e chilometri di cammino con i suoi effluvi pestilenziali. Anche visivamente il primo tratto è un po’ brullo e decadente.

Immerso in queste considerazioni, dopo circa un’ora sento un coro di ululati stile branco di lupi in Alaska, un altro gruppo corale che risponde e un altro ancora, e così via. Ed ecco il cartello minaccioso (vedi foto): “Zona de perros”. Uh oh, branchi di cani randagi… meglio accelerare il passo.

Fortunatamente il paesaggio migliora decisamente dopo un’altra ora di cammino e per tutto il giorno sarà sempre vario e piacevole. In particolare, mi è piaciuta una valle chiusa, completamente selvaggia ed isolata. Da molti punti di vista, mi ha ricordato alcuni degli scorci ammirati in Corsica durante il trekking dell’anno scorso.

Proprio in vista del possibile tappone, ho fatto la pensata di provare a fare il tratto chiave della giornata, 15km di saliscendi senza niente in mezzo, tutti di fila senza mai fermarmi. Beh, ci sono riuscito, ma sono arrivato a Izco (vedi foto) affamato come un lupo, al punto da spaventare la signora del bar mangiando due bocadillos (panini ripieni) giganti doppi in pochissimi minuti. Anche le persone che ho conosciuto questa sera sono passate di lì, e a quanto pare la signora ha raccontato a tutti di questo strano italiano divoratore di panini.

Molto spazio richiederebbe la divertente serata passata in compagnia di una coppia di spagnoli più o meno della mia età, un altro spagnolo un po’ più anziano, e il famoso signore giapponese (68 anni portati molto ma molto bene e, come previsto, ottimo russatore). Purtroppo, e per fortuna, ci siamo divertiti fino a tardi a chiacchierare, mangiare, bere, e quindi mi trovo ora a scrivere il diario a mezzanotte passata. Mi limito ad una fotografia scattata dal cameriere.

Domani sarà l’ultimo giorno del Cammino aragonese. Dopo Puente della Reina mi immetterò sul frequentatissimo Cammino Francese e, da quel che dicono tutti, l’esperienza cambierà radicalmente, talvolta in modo positivo, talvolta negativo. Può anche darsi che decida di fare tappa breve per prendermi mezza giornata da dedicare al bucato e a riposare. In questo caso passerò un’altra notte sul cammino che ho imparato ad apprezzare. Deciderò comunque domani lasciandomi guidare dall’istinto.

Concludo con un altro autoritratto, questa volta statico, ottenuto senza maltrattare ginocchia o altre parti del corpo.

Giorno 6, domenica 22 aprile, Artieda – Sangüesa

Come temevo ieri, ci sono stati concerti a ripetizione, con virtuosismi degni di nota. La coppia di anziani tedeschi e l’altrettanto anziana signora che avevo visto in difficoltà durante la tappa si sono ritrovati e siamo finiti insieme in stanza da quattro. A cena si scherzava sui russatori e i miei compagni di stanza si vantavano di essere quasi sordi; in particolare la signora non sente assolutamente nulla senza apparecchio acustico. In compenso tutti e tre sono dei professionisti. Durante la notte sembrava facessero apposta a darsi il cambio e a tessere elaborate melodie polifoniche. Il virtuosismo più significativo deve essere riconosciuto alla signora completamente sorda: russata standard, periodo casuale di silenzio da 5 a 15 secondi (tanto per risultare imprevedibile), e URLO finale a tutta voce, spesso sincronizzato con la russata degli altri due. Ovviamente oggi li ho persi, ma una coppia padre-figlio israeliani che ho conosciuto in un punto di ristoro mi ha messo in guardia da un temibile signore giapponese che pare adotti lo stesso schema della signora, con tanto di silenzio di durata casuale e urlo samurai conclusivo! Appena arrivato in ostello a Sangüesa ho subito notato un signore giapponese sospetto a meno di un metro dal mio letto. Sarà lo stesso? Mmm, temo proprio di sì. Forse dovrei seguire il consiglio degli israeliani e comprare i tappi…

La tappa di oggi è stata piuttosto lunga (32.5km) e ho voluto provare a farla quasi senza pause e di buon passo, per valutare le mie reazioni e decidere se domani fare una tappa standard come da libro o tentare il tappone da 42km che mi porterebbe a Tiebas, dove c’è un ostello che si narra disponga di lavatrice e asciugatrice (ne avrei bisogno).

Il primo tratto fino a Ruesta è bellissimo, con passaggi nel bosco, silenzio totale e la costante impressione di essere osservati da qualche animale nascosto. In questi primi 10km ho raggiunto e salutato definitivamente i compagni di ostello di ieri… è strano sapere che non li vedrò più.

Ruesta è un paese impressionante. Non ne conosco la storia, ma è completamente in rovina, come se fosse stato abbandonato da tutti gli abitanti contemporaneamente un secolo fa. Tetti crollati, muri a pezzi, le rovine dell’antica fortezza del X secolo si confondono con il resto del villaggio, come fossero tutt’uno. In mezzo a tutto questo sfascio, l’unico abitante è il gestore dell’unico edificio agibile, l’ostello per pellegrini del paese. Dev’essere un’esperienza non da poco passare una notte nel borgo fantasma.

Dopo Ruesta, lo spauracchio dei pellegrini (almeno dai discorsi di ieri sera): una “terribile” salitona di 7km, con un dislivello di 350m. Su strada sterrata molto agevole, non è ovviamente nulla di che e si supera di slancio. La discesa verso Undués de Lerda è davvero suggestiva, con campi verdi, colline ondulate, distanti montagne. Questo genere di paesaggio resterà poi una (piacevole) costante per tutta la tappa, nonostante il cambio di regione.

Ho infatti superato il confine fra Aragona e Navarra. L’unico cambiamento visibile è lo stile della segnaletica: non ci sono più infatti i paletti che indicano quanti km mancano a Santiago. Accidenti! E io che speravo di immortalarli ogni 100km.

Come suggeritomi prima di partire (vero Paul?), ho anche fatto un discutibile autoritratto del pellegrino moderno. Spero non risulti troppo spaventoso. Ho fatto anche un altro tentativo con l’autoscatto, ma nella corsa necessaria per mettermi in posa plastica entro 10 secondi mi sono quasi infortunato un ginocchio. Un po’ di spavento, ma camminandoci sopra per una decina di minuti è passato tutto. Per ora abbandono l’idea di cedere alla vanità e produrre un autoritratto decente del pellegrino in cammino.

Ora cena, e ricerca affannosa della farmacia di turno: devo procurami gli strumenti per affrontare la minaccia nipponica!

Giorno 5, sabato 21 aprile, Santa Cilia – Artieda

Cominciamo subito con le presentazioni: altri amici immaginari, questa volta lungo la strada sterrata fra Santa Cilia e Puente la Reina de Jaca. Dietro una curva appaiono, a perdita d’occhio, innumerevoli omini di pietra, muta testimonianza del passaggio di generazioni di pellegrini. Nella foto se ne possono apprezzare solo una minuscola parte, in realtà sono diverse migliaia di omini. Ovviamente anch’io lascio un mio rappresentante, non molto spettacolare ma comunque in buona compagnia.

A differenza di quanto visto su entrambi i versanti dei Pirenei, direi che la sensazione di essere fuori stagione è scomparsa. Si vedono persone in giro, le strutture sono tutte aperte e ormai è facile trovare un bar o un ristorante in ogni paesino. Ad esempio, oggi mi sono fermato a Puente la Reina de Jaca, dove ho fatto la seconda colazione, ho aggiornato il blog e, già che c’ero, ho fatto anche il primo pranzo. Il secondo, a base di panino, tonno, pomodorini e formaggio di capra, lungo la strada durante l’unica rarissima parentesi di sole della giornata.

Anche oggi infatti pioggia, anche se in forma più delicata rispetto agli ultimi giorni. La tappa è stata più breve del solito e su terreno facile, solo 27km su strade di campagna. Come scritto sulla guida, la chiave della giornata è un tratto di 20km senza nulla in mezzo, niente paesi, servizi, ristoranti, acqua. Solo campi, campi, campi, fino a trovarsi così lontani da tutto da non udire alcun rumore, perfetto silenzio, nemmeno gli uccelli o gli insetti osano disturbare.

Una piacevole novità è che ho trovato lungo il percorso altri pellegrini! Durante la mia pausa internet-gastronomica, i compagni di ostello di Santa Cilia mi hanno superato e piano piano li raggiungerò tutti. E’ una sensazione nuova camminare in mezzo al nulla e vedere lontano lontano un puntino, che poi si trasforma in pellegrino, e poi in un volto noto. Per prima ritrovo Teoma, la signora brasiliana, riconoscibile per lo zaino assurdamente grande e pesante. Ieri era molto elegante e non aveva per niente l’aspetto di una pellegrina: ecco che tutto si spiega con l’innovativo concetto di zaino/guardaroba. Poi riprendo la signora tedesca che ho conosciuto in ostello solo questa mattina. Sembra molto affaticata e sofferente, ma da come mi risponde è evidente che vuole proseguire da sola e non ha bisogno di aiuto. Poco dopo raggiungo Maisie, la ragazza scozzese, in pausa pranzo dietro una curva. Un saluto e via, tanto già sappiamo che ci ritroveremo tutti a Artieda. Poco dopo supero una simpatica coppia tedesca, con molti cammini alle spalle. Entrambi over 70, hanno fatto come me il percorso in Francia, ma si sono lasciati spaventare dalla neve e hanno superato il passo in autobus. Questa sera saranno miei compagni di stanza e il marito ha il classico aspetto rubicondo del russatore professionista: speriamo bene…

Chissà se esiste il concetto di galateo del cammino per quel che riguarda gli incontri con qualcuno che già si conosce. Che si fa in fase di sorpasso? Saluto rapido e via? Domande di circostanza finché cala il silenzio e poi fuga imbarazzata? Rallentare e aspettare di essere invitati a ripartire? Tutto sommato, potrebbe essere l’ultima volta che vedo quella persona… Mah, credo proprio che dovrò improvvisare di volta in volta.

Non ricordo se ne ho già parlato ma, lungo il cammino, ci sono dei cippi segnaletici speciali che indicano, chilometro per chilometro, quanto manca a Santiago. Al Passo del Somport il primo di questa serie indicava 858km. Oggi ho superato la barriera degli 800km (vedi foto), evviva!

Concludo con un’immagine di Artieda, bellissimo paesino dall’aspetto antico arroccato in cima ad una collina. E’ la destinazione della tappa odierna e l’ostello è piuttosto affollato, quasi pieno, direi. Credo che d’ora in poi potrò dimenticare le strutture aperte solo per me e cominciare a condividere con tante persone tutti i servizi. Con un po’ di fortuna, sono arrivato in paese 5 minuti prima di un forte temporale. Purtroppo i miei compagni di viaggio non hanno avuto la stessa fortuna e sono arrivati decisamente molto bagnati. A quanto pare Taoma e Maisie erano insieme durante la tempesta ed è scattata la crisi di pianto. Ora si sono riprese e sono qui con me al bar del paese a bere qualche birra e a chiacchierare in inspagnolese (spagnolo parlato da inglese + portoghese). Fra poco cena del pellegrino e riposo tattico: domani e, soprattutto, dopodomani, saranno giornate impegnative.

Giorno 4, venerdì 20 aprile, Canfranc Pueblo – Santa Cilia

Anche oggi camminata per lo più solitaria, con un paio di eccezioni.

Poco dopo le 12 camminavo dalle parti di Jaca, la prima città di una certa dimensione che si incontra lungo il cammino. Mancava ancora un mezz’ora di strada e, incredulo per la tregua dalla pioggia (di breve durata, scoprirò poi), stavo giusto pensando che avrei addirittura potuto mangiare all’aperto. Dietro una curva mi è apparsa una casa invasa dall’edera, con le imposte rosse decorate con le conchiglie. Davanti all’ingresso, un pellegrino di metallo (vedi foto) e, di fronte, una panchina completamente (e stranamente) asciutta. Due gatti mi hanno avvistato da lontano e si sono fiondati sulla panchina, fissandomi molto intensamente. Ecco che allora mi sono seduto proprio lì e ho condiviso con i due amici gatti il mio pasto a base di taralli, salamini piccanti, e dolcetti francesi. Spero abbiano gradito.

Ho poi trovato una moltitudine di amici immaginari nel rilassante tratto fra Jaca e Santa Cilia. Una strada sterrata ad uso esclusivo dei pellegrini, a sinistra il bosco, a destra, alcune centinaia di metri più sotto, la statale. Per chilometri e chilometri, ogni 50 metri, un coso che sembra uno spaventapasseri (vedi foto). Simpatici, anche se non capisco bene cosa stiano a simboleggiare: i pellegrini che mi hanno preceduto? croci metalliche (che qualcuno ha decorato con bottiglioni colorati e giubbotti catarifrangenti)? il viale degli impiccati? Mah…

Uno degli aspetti che mi colpisce del cammino è che paesi e città hanno subito l’influenza secolare del passaggio dei pellegrini. Ci sono ovunque riferimenti al cammino, simboli, pannelli informativi, conchiglie. Ad esempio, mi piace come a Jaca abbiano costruito un intero quartiere intorno al percorso dei pellegrini, rispettandone la natura: un lunghissimo vialetto che punta verso Santiago (ovest!), con case e palazzi tutto intorno, ma a debita distanza.

Nel pomeriggio ho visto qualche sprazzo di sereno, tanto che ho dovuto cominciare ad usare gli occhiali da sole. Pioveva comunque, ma intanto sono riuscito a vedere la mia ombra. Ormai erano giorni che non si faceva vedere.

All’ostello municipale di Santa Cilia dove mi fermo questa notte, ho avuto la fortuna di trovare persone interessanti, con le quali ho parlato fino a tardi. Ho cenato con Teoma e con l’hospitalero (i.e. il gestore dell’ostello). Teoma è una signora brasiliana ormai al suo terzo cammino, che purtroppo si è acciaccata l’anca il primo giorno scendendo dal Somport. Ha fatto due giorni di riposo a Jaca e ora ha ripreso con una mini-tappa di 15km fino a qui. La conversazione mista spagnolo / brasiliano / italiano è riuscita piuttosto bene e abbiamo comunicato senza troppi problemi, anche se in alcune occasioni i cenni di comprensione erano un po’ forzati…

Mentre scrivevo le prime righe di questo post, è scesa dalle scale Maisie, giovane ragazza scozzese. E’ arrivata all’ostello molto tardi, mentre cenavamo, apparentemente distrutta dalla fatica. Ora si è rinfrescata e abbiamo fatto due chiacchiere. Lei non sta seguendo il cammino, ma vaga un po’ a casaccio alla ricerca di posti piacevoli e, a quanto dice, è già da tre settimane che vaga, camminando una ventina di km al giorno: brava! Anche il suo lavoro è fuori dal comune: da ottobre lavora in una fattoria ‘organica’ in Spagna, in cambio del solo vitto e alloggio. Non è sostenibile a lungo termine, ma intanto è contenta così. E’ piacevole, dopo giorni e giorni di difficoltà linguistiche, riuscire a comunicare in modo più diretto.

La tappa di oggi è stata molto lunga e i miei piedi e le mie spalle ne risentono: dovranno abituarsi, ma intanto bene così. E ora, a dormire!

Giorno 3, giovedì 19 aprile, Borce – Canfranc Pueblo

Oggi è stata una giornata interessante, sia per il percorso un po’ estremo, sia perché ho incontrato altri pellegrini.

Premetto subito che l’acqua non ha mai smesso di cadere sulla mia testa per tutto il giorno, ma ormai non è una novità. Il risveglio a Borce è stato lento e piacevole, con doccia calda, colazione, e tutto il tempo di preparare con calma lo zaino. Il primo tratto, quasi interamente sulla statale con i camion che sfrecciano vicinissimi non è stato granché ma, dopo poco più di un’ora, sono arrivato a Urdos, ultimo paesino prima del passo. Qui ho finalmente avvistato un bar aperto e mi ci sono fiondato per fare con calma una seconda colazione, cosa che si rivelerà molto utile visto che da Urdos al passo ci vogliono 3 ore e mezza e non ci sono posti riparati dove riposarsi.

Poco prima di iniziare la salita, ecco il mio primo incontro. Si tratta di Antoine, francese, 50 anni, partito tre settimane prima da casa sua e anche lui diretto a Santiago. E’ un tipo silenzioso e tranquillo, scambiamo due parole su quanto sia pericoloso camminare sullo stradone e ci apprestiamo a partire per il passo. La sua guida dice di seguire la statale per 8 km, mentre la mia traccia gps suggerisce un sentiero (non segnalato) in mezzo ai campi che dovrebbe permettere di evitare una buona porzione di statale. Ci avviamo quindi per strade diverse. Purtroppo stavolta il gps mi tradisce, dopo 20 minuti di sentierino, un cartello dice senza mezzi termini: il sentiero finisce qui, vietato entrare, proprietà privata. E anche se vedo il sentiero continuare nella direzione indicata dal navigatore, un muro di filo spinato mi impedisce di proseguire, disdetta! Senza tornare indietro fino a Urdos, decido i tagliare per i campi e raggiungere la statale, anche se questo significa attraversare un paio di appezzamenti apparentemente deserti. Tutto bene, anche se pochi secondi dopo aver raggiunto la strada, arrivano due grossi cani da caccia ringhianti che mi guardano in… cagnesco. Fortuna che conoscono i confini e non osano avvicinarsi.

Faccio quindi anch’io i miei km di statale, come tutti. Ad un certo punto, una colonna con incisa la conchiglia del cammino, indica l’inizio dell’antico percorso dei pellegrini. Un sentiero bellissimo che sale lentamente, immerso nella natura e ricco dei segni delle antiche mura e delle fortificazioni ormai in disuso che probabilmente offrivano protezione e ristoro ai pellegrini.

Intorno ai 1000m di quota la pioggia si trasforma in nevischio e raggiungo Antoine, che mi fa cenno di stare in silenzio e di guardare verso il bosco: una ventina di camosci (o forse erano altri ungulati, non saprei) pascolano tranquilli a poca distanza da noi. Continuiamo insieme la salita, che per la neve diventa più difficoltosa, con qualche problema a trovare i segnali del sentiero e le frequentissime pozze di fango che ingoiano le scarpe. Alla fine sbuchiamo sulla strada asfaltata, nel bel mezzo di una bufera di neve. Mancano solo 3km al passo, ma d’ora in poi seguiremo solo la strada, perché il sentiero è completamente impraticabile. Mentre decidiamo il da farsi, ecco sbucare fra i fiocchi un’anziana signora, dotata di zaino, poncho gigantesco, e bastoncini da trekking. Si tratta di Marine, anche lei francese, sulla 70ina, diretta come tutti noi a Santiago. Antoine la consce già e mi spiega che quando è troppo stanca per proseguire fa autostop o chiama un taxi. Non ci preoccupiamo quindi del suo incedere lento e, su sua richiesta, procediamo spediti verso il passo.

E’ una gran bella emozione arrivare in cima dopo tanta fatica, vedere la frontiera, ed entrare in Spagna, finalmente. Sul lato francese è tutto morto (siamo fuori stagione sciistica), ma su quello spagnolo c’è l’ostello dei pellegrini che, oltre ad offrire camere, prepara anche pasti sostanziosi. Ne approfittiamo tutti e tre (nel frattempo anche Marine è arrivata) e durante il pranzo chiacchieriamo del più e del meno. Mentre loro due si fermeranno a dormire al passo, il mio progetto prevede di scendere verso Canfranc Estaciòn e cercare lì una sistemazione per la notte. Verso le 15 ci salutiamo, consapevoli che, visti i nostri progetti e ritmi di cammino, probabilmente non ci vedremo più.

Anche la discesa è discretamente epica. Sul lato spagnolo la bufera di neve è decisamente più intensa e i fiocchi si muovono in ogni direzione, orizzontali, dal basso, dall’alto… Il percorso ufficiale del cammino prevederebbe tutta una serie di scorciatoie, purtroppo impraticabili per la neve. Tutti i 7km fino a Canfranc Estaciòn li faccio quindi lungo la statale, sempre nella bufera. Impressionante anche attraversare la stazione sciistica di Candanchù: alberghi, centri commerciali, bar, discoteche. Tutto abbandonato, nessuno in giro, ormai gli impianti sono chiusi, anche se le piste sembrano ancora perfette (sfido, c’è quasi un metro di neve!).

A Canfranc Estaciòn trovare alloggio è un’impresa. Tutti gli ostelli della guida hanno il cartello “cerrado”, chiuso! Anche gli alberghi sono tutti chiusi. Fortunatamente l’ufficio informazioni è aperto e la gentile operatrice mi spiega che è proprio così, tutto chiuso… L’unica soluzione è fare altri 4km e arrivare a Canfranc Pueblo, dove una casa rural è aperta. Zaino in spalla, riprendo il cammino e scopro con piacere che il sentiero, oltre ad essere bene o male transitabile, è anche molto suggestivo, con passaggi nel bosco che mi ricordano quello fatto in mattinata. A metà strada la bufera si trasforma in semplice nevicata, per poi diventare pioggia proprio nei pressi della casa rural.

Qui sono sistemato in una stanza da quattro, in compagnia di un signore spagnolo e di suo figlio. Non so ancora chi siano, ma alle 21 ceneremo insieme e magari mi racconteranno di loro.

Giorno 2, mercoledì 18 aprile, Lurbe – Borce

Visto che ho passato la notte in albergo, ne ho approfittato: bucato, doccia eterna, sonno altrettanto eterno, tanto che alla fine mi sono messo in cammino un po’ tardi, verso le 9:45.

Il primo impatto è stato di rassegnazione a causa della pioggia battente che mi ha dato il buongiorno e che mi ha accompagnato per circa un’oretta. Poi, quando è diventata più leggera e stavo cominciando a godermi il panorama, una simpatica sorpresa: il sentiero è circondato ai lati da due muri di rovi e in mezzo… non esiste. Al suo posto un torrente impetuoso e profondo una spanna. Poi, dopo almeno 200m di camminata nel torrente, un altro centinaio di metri di fango morbido che inghiotte le scarpe. Fortunatamente sono riemerso senza troppi danni, anche grazie alle scarpe da montagna impermeabili. E pensare che c’è chi mi aveva consigliato scarpe leggere da trekking e chi addirittura semplicemente dei sandali. Evidentemente non erano mai passati dai Pirenei a primavera.

Alcune relazioni sulla tappa odierna che avevo letto prima di partire descrivevano tratte mal tenute, quasi in rovina, in particolare lungo il fiume, dove il sentiero è a precipizio sull’acqua. Il percorso, almeno fino a Bedous, è invece oggi in condizioni perfette, ben segnalato, pulito da sterpaglie, con i tratti crollati messi in sicurezza grazie a gradini artificiali e a travi di protezione. Potrei sbagliare, ma la manutenzione secondo me è stata fatta da pochissimo, probabilmente da meno di una settimana.

Una caratteristica comune a tutti i paesini che ho attraversato, è la sensazione di essere fuori stagione: pochissime persone in giro, molte case chiuse e sbarrate, negozi, ristoranti, b&b chiusi. Oggi contavo di mangiare qualcosa di sostanzioso da qualche parte, ma non sono riuscito a trovare neppure un bar aperto. Alla fine ho quindi pranzato a Sarrance, seduto sui gradini della fontana, con le cibarie portate da Trento.

Molto inquietante anche la ferrovia abbandonata che un tempo collegava Oloron con Canfranc Estaciòn in Spagna. Pare sia caduta in disuso negli anni ’70 e ora è completamente in rovina, ricoperta di rovi, arrugginita. Non è mai stata smontata e buona parte del cammino la costeggia: molto suggestivo, anche se talvolta un po’ spettrale.

L’ultima ora di cammino prima di arrivare a Borce è nuovamente bagnata dalla pioggia, ma ormai sono abituato e quasi non ci faccio caso. All’ingresso del paese trovo la Gite de l’Hospitalet de Borce, una struttura per i pellegrini nella quale vorrei farmi ospitare per la notte. Provo a bussare, a chiamare, ma evidentemente non c’è nessuno. Fuori piove, il paese è completamente deserto: che fare? Provo per disperazione ad abbassare la maniglia e… la porta era aperta. In pratica, l’Hospitalet è un appartamento sempre aperto dotato di bagno, doccia, cucina e due stanze, per un totale di sei letti. Sul muro un cartello dice che la signora che lo gestisce passa ogni giorno fra le 18:30 e le 19:30 per gestire pagamenti e timbri. Nel frattempo, ci si può sistemare liberamente: non male direi. Anche questo paese è privo di ristoranti, quindi per la cena ho fatto una mini-spesa in un quasi-bar e mi sono cucinato alcuni pseudo-cibi precotti (particolarmente orrenda la paella da microonde pronta in 2 minuti).

Come si può notare da quanto scritto sopra, oggi in tutta la giornata non ho incontrato altri pellegrini. Evidentemente questa variante la scelgono in pochi. Come conferma basta dare un’occhiata a ritroso al libro delle firme dell’Hospitalet: una persona ieri, una dieci giorni fa, una coppia il 24 marzo e poi nulla fino al 22 ottobre dell’anno scorso!

Questa sera sono un po’ stanco e domani sarà una giornata molto impegnativa con salita di oltre 1000m al passo e successiva discesa dal lato spagnolo. Se tutto va bene, conto di arrivare a metà pomeriggio a Canfranc Estaciòn. E ora… a dormire!

Giorno 1, martedì 17 aprile, Oloron – Lurbe St Christau

Già  a Bergamo eravamo una ventina. Età media post-pensione, equipaggiamento tecnico, zaini variopinti, argomento principe: qual è il peso giusto da portare sulle spalle?

Una volta arrivati a Lourdes ci siamo trovati tutti all’ufficio informazioni della stazione, dove mi sono reso conto di essere l’unico ad andare ad Oloron, l’unico a  salire al Passo del Somport, l’unico a fare il cammino aragonese. Poco male, magari ci ritroveremo più avanti.

Intanto scopro un problema serio: a causa di un treno soppresso, arriverò a Oloron alle 19:10, un po’ tardi per fare poi i 10km necessari per raggiungere l’albergo. Che fare? Correre il rischio di fare un tratto, magari anche piuttosto lungo, al buio? Mah, ci penserò dopo.

Intanto vado al santuario per richiedere la credenziale del pellegrino. Appena fuori dalla stazione si vedono i Pirenei (vedi foto)… che dire? La neve sembra tanta e a bassa quota, molto bene! La procedura per ottenere la credenziale è snella, l’operatrice è molto gentile, parla benissimo l’italiano e in pochi minuti la credenziale nuova con timbro di Lourdes è nello zaino.

L’attesa del treno per Oloron è molto lunga e noiosa ma, alla fine, arrivo a destinazione puntualissimo alle 19:10. Non appena inizio a camminare vengo accolto da un’allegra pioggerellina, che non mi abbandonerà mai per tutto il tempo. Dopo poche centinaia di metri, con una certa emozione, scorgo il primo segnale  conchiglia che indica il cammino (vedi foto). Il cielo grigio, l’acqua dappertutto, il fango sul sentiero, i Pirenei innevati in lontananza, la notte che si avvicina, sono il messaggio di benvenuto che mi riserva il primo tratto… direi che sarà proprio un’avventura.

Alla fine sono arrivato all’albergo verso le 21:20, bagnato come un pulcino, con l’ultima mezz’ora in notturna. È stato un buon test per l’equipaggiamento, che ha retto alla perfezione: il contenuto dello zaino è rimasto asciutto, la giacca mi ha protetto e il cappello ha fatto il suo dovere. Soprattutto, è stato fondamentale il navigatore, sul quale avevo caricato mappe e tracce del percorso: di notte i segnali non si vedevano facilmente e in un paio di occasioni ho trovato la strada giusta solo grazie al gps.

Tutto sommato un buon inizio, direi. Visto lo stato del percorso e le previsioni, direi che l’avventura non mancherà neanche per i prossimi giorni!